Esercitazione di soccorso in mare: come si verifica la prontezza operativa
In mare non esiste una seconda occasione. Quando l’emergenza arriva, il tempo utile per salvare una vita si misura in minuti e la differenza tra un intervento riuscito e una tragedia dipende quasi sempre in gesti automatici, procedure interiorizzate e comunicazioni prive di ambiguità. Per questo una giornata di esercitazione per il soccorso in mare non è un adempimento formale, ma un vero stress test: un’operazione complessa e ad alta intensità, progettata per verificare la prontezza operativa di equipaggi navali, aerosoccorritori e personale a terra.
Come in una missione SAR (Search and Rescue) reale, si simulano scenari critici – un uomo in mare (MOB, Man Over Board), un naufragio, un’evacuazione medica – con un solo obiettivo: la salvaguardia della vita umana in mare. Ripercorriamo, fase per fase, una tipica giornata di esercitazione: dalla riunione preliminare in porto fino al debriefing finale sulla banchina.
Il briefing iniziale
La giornata comincia nella sala operativa o a bordo della motovedetta. Il comandante dell’esercitazione illustra lo scenario: un’unità da diporto ha urtato uno scoglio, due persone risultano disperse in mare, a bordo c’è un ferito e un principio di incendio. Si assegnano i ruoli, si definiscono i canali radio – il VHF 16 resta il canale dedicato all’emergenza – e si controllano i mezzi: motovedette classe SAR, gommoni veloci (RHIB), elicotteri.
Il briefing è anche verifica tecnica. Si controlla che i dispositivi MOB siano attivi e correttamente associati al GPS di bordo: in caso di caduta in acqua trasmettono un allarme automatico via AIS (Automatic Identification System, il sistema che rende immediatamente visibile la posizione del naufrago sui display delle unità vicine) oppure via DSC (Digital Selective Calling, la chiamata digitale selettiva che allerta le stazioni VHF in ascolto inviando coordinate e identificativo); si passano in rassegna salvagenti anulari, boette luminose, fumogeni e reti di recupero. Nulla viene dato per scontato, perché ogni dotazione non verificata è una variabile fuori controllo.
La simulazione: uomo in mare
Al largo, senza preavviso, viene gettato in acqua un manichino zavorrato, progettato per simulare il peso di una persona adulta e riprodurre le difficoltà di un recupero reale.
Chi assiste alla scena grida immediatamente “uomo in mare a dritta” o “a sinistra”. Il timoniere preme il tasto MOB sul GPS per marcare la posizione esatta, un membro dell’equipaggio lancia un salvagente anulare con fumogeno per facilitare l’individuazione visiva, un altro viene designato vedetta: il suo unico compito è non staccare mai lo sguardo dal naufrago. Bastano poche onde perché una testa a pelo d’acqua scompaia, e con essa l’unico riferimento visivo.
Il fattore tempo è implacabile: in ogni fase del recupero, anche pochi secondi possono fare la differenza. la temperatura dell’acqua è una variabile critica: più è bassa, più rapidamente diminuiscono le capacità del naufrago di restare a galla e collaborare al recupero. Ogni secondo perso nella fase di localizzazione si traduce in una distanza maggiore da coprire, perché corrente e vento spostano continuamente il punto reale rispetto a quello marcato.
Cominciano poi le manovre per tornare sul punto dell’incidente evitando di investire il naufrago con l’elica. L’avvicinamento finale avviene mantenendo il naufrago sottovento. In base alla situazione e alla visibilità del disperso, l’equipaggio può eseguire una virata immediata, una manovra di Williamson o una manovra di Anderson. l’avvicinamento finale avviene tenendo conto di vento, corrente e condizioni del mare, così da rendere possibile il recupero in sicurezza.
Il Rescue Swimmer entra in acqua, raggiunge il naufrago e lo assicura con la cintura di salvataggio, mentre a bordo l’equipaggio prepara la rete di recupero o il portellone abbattibile per issarlo. Sollevare un corpo bagnato e inerte da un’imbarcazione in movimento è una delle fasi più sottovalutate e più difficili dell’intera operazione.
L'intervento eliportato
Sulla scena arriva un elicottero AW139. Il rumore è assordante, il downwash solleva acqua e riduce la visibilità, le comunicazioni a voce diventano quasi impossibili. Un aerosoccorritore si cala con il verricello per recuperare il disperso nelle condizioni più critiche.
È il momento in cui la complessità raggiunge il picco: due mezzi che operano su assi diversi, a poche decine di metri l’uno dall’altro, con margini di errore ridottissimi. Anche il carburante diventa una variabile critica: l’elicottero ha un’autonomia limitata sulla scena e ogni tentativo di recupero non riuscito consuma minuti preziosi che nessuno potrà restituire all’operazione. La sincronizzazione tra elicottero e motovedette sottostanti – rotte, velocità, posizione relativa, tempi del verricello – decide la riuscita dell’operazione e non può essere costruita il giorno dell’emergenza: si costruisce provando, insieme, prima.
Gestione medico-sanitaria a banchina
Recuperati tutti i naufraghi, i mezzi rientrano in porto. Sulla banchina, personale della Croce Rossa o team sanitari specializzati allestiscono un’area di assistenza per simulare il triage, la stabilizzazione dei feriti, la gestione di un caso di ipotermia e il trasferimento verso l’ospedale.
È la parte meno spettacolare ma forse la più delicata: serve a verificare che la catena dei soccorsi non si interrompa nel passaggio dal mare alla terra, dove cambiano interlocutori, protocolli e responsabilità.
Debriefing e analisi
La giornata si chiude con un debriefing approfondito. Viene analizzata ogni fase: tempi di reazione, precisione delle manovre, chiarezza delle comunicazioni radio, criticità emerse. Si discutono apertamente gli errori, perché un errore commesso in esercitazione è un’informazione preziosa, mentre lo stesso errore in una missione reale ha un costo che nessuno vuole pagare. L’obiettivo non è soltanto eseguire, ma imparare.
Gli elementi che rendono tutto questo necessario
- Velocità e precisione. Il recupero deve avvenire nel minor tempo possibile, con manovre che non ammettono approssimazione.
- Condizioni meteo. Le esercitazioni si svolgono spesso con mare mosso, proprio per riprodurre gli scenari peggiori.
- Specializzazione. Sommozzatori, soccorritori marittimi, piloti ed equipaggi di volo devono integrarsi in un sistema coordinato.
Perché è necessario testare sempre.
Una simulazione ben condotta mette in tensione l’intero impianto: uomini, mezzi, dotazioni, procedure e catena di comando. Ogni equipaggio cambia, ogni procedura può contenere un punto debole che emerge soltanto sotto pressione, quando il mare è formato e il tempo a disposizione è finito. Testare periodicamente non serve soltanto a dimostrare di essere pronti: serve a individuare le criticità e a correggerle prima che emergano durante un’emergenza sul campo.
Avioconsulting: il partner di riferimento per il SAR in Italia
In Avioconsulting siamo convinti che la sicurezza non sia uno stato acquisito, ma il risultato di un addestramento continuo, verificato e documentato. Perché quando arriva un’emergenza reale, non c’è più tempo per imparare.
È proprio su questo punto che si inserisce Avioconsulting: non solo come fornitore di attrezzature per il Search and Rescue, ma come partner capace di guidare il cliente nella scelta dei prodotti più adatti. La forza dell’azienda sta infatti nella consulenza che accompagna la vendita, aiutando il cliente a costruire una dotazione realmente funzionale, equilibrata e affidabile, sia in ambito aeronautico che marittimo. In un settore in cui ogni componente deve integrarsi con gli altri senza lasciare margini di incertezza, il valore non è semplicemente avere a catalogo i prodotti giusti, ma saper individuare, per ogni partner, la configurazione più adatta alla missione.